sabato 1 aprile 2017

RECENSIONE | "Mendel dei libri" di Stefan Zweig

Ciao, piccini adorati! Buon week end! Mentre voi leggete questo post io me ne sto in panciolle in riva al mare ad Arenzano, ma voglio comunque augurarvi un buon fine settimana con la recensione di un mini libro: Mendel dei libri, di Stefan Zweig.

Mendel dei libri
di Stefan Zweig
Ed: Garzanti - 96 pagine
Brossura: 5.87 euro

Nella Vienna di inizio Novecento non c'è appassionato lettore, conoscitore di libri, esperto bibliofilo che non sappia chi è Jakob Mendel, vero catalogo vivente di tutto ciò che in un libro sia mai stato stampato. Mendel è il sovrano, monomaniacale e dotato di prodigiosa memoria, di una dimensione parallela, fatta di carta e di pagine, di libri letti o soltanto conosciuti. Nella vita reale è solo, completamente incapace di alcunché di concreto e sensato, inconsapevole della spaventosa minaccia della guerra che getta la sua ombra spettrale sull'Europa: siede al tavolino di un caffè della vecchia Vienna, dove ha installato il suo quartier generale e da dove prodiga la propria esperienza in fatto di letteratura a chiunque gli faccia visita. La prima guerra mondiale travolgerà l'esistenza di Mendel mettendola sottosopra e precipitandolo brutalmente nel mondo dei vivi e dei morti, di cui non ha mai compreso il senso.
 
Meraviglioso!

In linea di massima, dare a Zweig meno del massimo secondo me non si può. Zweig è geniale, è pura dolcezza. Gli ambienti che descrive hanno un che di caramelloso, non saprei come altro descriverlo, ma allo stesso tempo portano con sé una pesante serietà. Mendel dei libri è l'esempio perfetto: comincia con la piacevole e gentile descrizione dell'arzillo vecchietto Jakob Mendel, dalla memoria sopraffina e dall'ego un po' smisurato, molto amato dagli amici e da chi lo conosceva, ma termina con la morte rovinosa del povero Mendel, a cui la vita ha riservato orribili esperienze e alla fine lo ha lasciato quasi privo di senno.

In queste poche, pochissime pagine (53 nella mia vecchia edizione Adelphi) c'è tutto Zweig. C'è la sua nostalgia cronica per i bei tempi andati, c'è lo spregio nei confronti dei conflitti (non dimentichiamo che Zweig è stato un pacifista ante litteram), c'è l'apprezzamento per le menti geniali e per i personaggi caratteristici. Leggere Zweig significa scartare una caramella, mangiarsi lo zucchero che la ricopre e beccarsi l'interno amaro. Tutti i suoi libri, che finiscano bene o male, hanno in sé qualcosa di malinconico e al contempo di maledettamente bello e dolce.

Personalmente, trovo il personaggio di Mendel molto ben fatto. Talmente ben fatto che, se lo avessi conosciuto, lo avrei detestato perché vanesio. Ma è così che un personaggio è scritto con cura: quando suscita nel lettore sentimenti forti, positivi o negativi. Gli altri personaggi sono a loro volta bellissimi: il nuovo proprietario del caffé, così devoto al denaro da cacciare a pedate il vecchio e stanco Mendel, la signora che pulisce la toilette, così dolce e materna nella sua semplicità. Forse il personaggio meno tratteggiato è il narratore senza nome, di cui poco si sà se non che da giovane aveva studiato a Vienna.

C'è qualche ripetizione: non so più quante volte Mendel viene definito "rivendugliolo". Sì, forse qui Zweig poteva scegliere qualche sinonimo, di quando in quando, ma nell'insieme il racconto è così grandioso da far passare in secondo piano qualsiasi aspetto negativo.

Consiglio questo libro a chi abbia un'ora di tempo, a chi voglia approcciarsi a Zweig per la prima volta senza leggere un libro troppo lungo, a chi abbia visto Gran Budapest Hotel e voglia ritrovare quelle atmosfere.

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