sabato 15 aprile 2017

RECENSIONE | "Arma Infero - Il Mastro di Forgia" di Fabio Carta

Ciao, fringuelli di primavera! Come va? Io sono incastrata a metà tra un librone sul Fascismo per un esame e l'organizzazione del pranzo di Pasqua con la mia famiglia e quella di Charlie, ma sono riuscita comunque a portare a termine la lettura di un romanzo che mi è stato inviato dall'autore: il primo capitolo di Arma Infero, di Fabio Carta.


Arma Infero - Il Mastro di Forgia
di Fabio Carta
Ed: Inspired Digital Publishing
Ebook: 1.99 euro

"E ora, fratelli, lasciate che vi narri di quei tempi, in cui le nuvole correvano rapide sopra gli aspri calanchi e di quando Lakon combatté per noi".Su Muareb, un remoto pianeta anticamente colonizzato dall'uomo, langue una civiltà che piange sulle ceneri e le macerie di un devastante conflitto. Tra questi v'è Karan, vecchio e malato, che narra in prima persona della sua gioventù, della sua amicizia con colui che fu condottiero, martire e spietato boia in quella guerra apocalittica. Costui è Lakon. Emerso misteriosamente da un passato mitico e distorto, piomba dal cielo, alieno ed estraneo, sulle terre della Falange, il brutale popolo che lo accoglie e che lo forgia prima come schiavo, poi servo e tecnico di guerra, ossia "mastro di forgia", e infine guerriero, cavaliere di zodion, gli arcani veicoli viventi delle milizie coloniali. Ed è subito guerra, giacché l'ascesa di Lakon è il prodromo proprio di quel grande conflitto i cui eventi lui è destinato a cavalcare, verso l'inevitabile distruzione che su tutto incombe.
 
Buono, non male

Come ho scritto sopra, l'autore mi ha mandato una copia del romanzo per averne una recensione onesta. Colgo l'occasione per ricordare che della saga è già uscito il secondo volume, I cieli di Muareb, che trovate qui.

Partendo dal presupposto che un romanzo di fantascienza deve, quasi per definizione, portare il lettore in un'altra dimensione, in un mondo lontano dal nostro (in senso letterale o figurato, fate voi), l'autore ci riesce molto bene. Siamo palesemente altrove, fin dal primo momento dobbiamo ingegnarci per capire dove e quando siamo. Un bell'inizio, non esattamente il modo in cui avrei iniziato io, ma dopotutto non sono io l'autrice. Carta ha scelto un prologo vintage, se mi passate il termine: poco moderno, che riprende alcuni testi di Asimov e di Tolkien.

Anche il linguaggio non è moderno, ma qui c'è da aprire una parentesi più ampia. Premettendo che sono una fan di autori del passato, qua non siamo nel 1950. Esiste una sottile linea invalicabile tra la ricercatezza e la pedanteria: a tratti, Carta ha superato questa linea. Non è la prima volta che mi capita di imbattermi in questo problema e purtroppo la mia opinione in proposito non cambia: gli autori del passato (che sia effettivamente Asimov o che sia Thomas Malory, giusto per andare indietro di secoli) scrivevano in modo moderno per la loro epoca. Noi non possiamo cadere nell'errore di pensare che un linguaggio aulico e ormai sorpassato sia sinonimo di qualità. Se Malory, appunto, dovesse rinascere, non userebbe mai i termini che ha usato nel XV secolo. Questo è quello che io definisco "il paradosso di Maria": non ritrarremmo mai la Madonna in jeans, ci sembrerebbe troppo moderno, ma pensate che gli abiti dipinti da Leonardo fossero dell'antica Palestina? No, erano abiti suoi contemporanei, abiti del '400, quindi moderni. Lo stesso vale con le parole; le parole che Arthur Clarke ha usato in 2001: Odissea nello spazio erano moderne alla sua epoca: perché un autore di fantascienza dei nostri giorni dovrebbe comportarsi diversamente? Io mi rendo conto che lo stile di Carta è voluto, che è proprio questo l'effetto che voleva, ma dal mio punto di vista ha ottenuto qualcosa di diametralmente opposto: il ritmo del romanzo cala in modo vertiginoso, diventando lento e faticoso da masticare. Inoltre, da un punto di vista di editing, fioccano i refusi: peccato.

A parte questo piccolo grande dramma del linguaggio, il romanzo è bellissimo. Si coglie benissimo la formazione accademica dell'autore, è qualcosa che ha evidentemente sfruttato a dovere. Ci sono riferimenti a varie culture "terrestri", paragoni che non possono non far drizzare le orecchie a qualsiasi studente di storia e di letteratura. Io sono patita per la filologia e ci ho sguazzato dentro come non avevo mai fatto con un romanzo di fantascienza. Per non parlare dei riferimenti alla cultura popolare del genere, immancabili e mai esagerati.

I personaggi sono una seconda nota dolente, anche se decisamente ridimensionata rispetto alla prima. A parte il narratore, Karan, che naturalmente veniamo a conoscere in modo approfondito dal momento che è il POV dell'intera storia, gli altri personaggi non sono esattamente un arcobaleno di personalità: tendono ad assimilarsi l'uno all'altro, a uniformarsi non tanto nel ruolo che svolgono, quanto nel loro carattere.

A fronte di tutto ciò che ho appena detto, voglio dare a questo romanzo tre cuoricini su cinque: alle spalle di Arma Infero c'è un lavorone. Carta ci ha messo l'anima, ha davvero studiato per scrivere il suo romanzo e di questo occorre sempre dare atto. Personalmente non me la sento di bocciare del tutto un libro solo perché lo stile è ampolloso: certo, anche quello è un aspetto importante, ma non è l'unico. La forma e il contenuto sono due metà della stessa mela e qui il contenuto c'è tutto. Un grande lavoro sviluppato da quello che secondo me è un grande cervello. Sono molto curiosa di leggere il seguito, penso che quando avrò sfoltito un po' la mia TBR me lo procurerò!

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